Archive for the poesie… Category

Posted in poesie... on dicembre 9, 2017 by Adry

SOGNO DI NATALE

di Luigi Pirandello

 

Sentivo da un pezzo sul capo inchinato tra le braccia come l’impressione d’una mano lieve, in atto tra di carezza e di protezione. Ma l’anima mia era lontana, errante pei luoghi veduti fin dalla fanciullezza, dei quali mi spirava ancor dentro il sentimento, non tanto però che bastasse al bisogno che provavo di rivivere, fors’anche per un minuto, la vita come immaginavo si dovesse in quel punto svolgere in essi.

Era festa dovunque: in ogni chiesa, in ogni casa: intorno al ceppo, lassù; innanzi a un Presepe, laggiù; noti volti tra ignoti riuniti in lieta cena; eran canti sacri, suoni di zampogne, gridi di fanciulli esultanti, contese di giocatori… E le vie delle città grandi e piccole, dei villaggi, dei borghi alpestri o marini, eran deserte nella rigida notte. E mi pareva di andar frettoloso per quelle vie, da questa casa a quella, per godere della raccolta festa degli altri; mi trattenevo un poco in ognuna, poi auguravo:

– Buon Natale – e sparivo…

Ero già entrato così, inavvertitamente, nel sonno e sognavo. E nel sogno, per quelle vie deserte, mi parve a un tratto d’incontrar Gesù errante in quella stessa notte, in cui il mondo per uso festeggia ancora il suo natale. Egli andava quasi furtivo, pallido, raccolto in sé, con una mano chiusa sul mento e gli occhi profondi e chiari intenti nel vuoto: pareva pieno d’un cordoglio intenso, in preda a una tristezza infinita.

Mi misi per la stessa via; ma a poco a poco l’immagine di lui m’attrasse così, da assorbirmi in sé; e allora mi parve di far con lui una persona sola. A un certo punto però ebbi sgomento della leggerezza con cui erravo per quelle vie, quasi sorvolando, e istintivamente m’arrestai. Subito allora Gesù si sdoppiò da me, e proseguì da solo anche più leggero di prima, quasi una piuma spinta da un soffio; ed io, rimasto per terra come una macchia nera, divenni la sua ombra e lo seguii.

Sparirono a un tratto le vie della città: Gesù, come un fantasma bianco splendente d’una luce interiore, sorvolava su un’alta siepe di rovi, che s’allungava dritta infinitamente, in mezzo a una nera, sterminata pianura. E dietro, su la siepe, egli si portava agevolmente me disteso per lungo quant’egli era alto, via via tra le spine che mi trapungevano tutto, pur senza darmi uno strappo.

Dall’irta siepe saltai alla fine per poco su la morbida sabbia d’una stretta spiaggia: innanzi era il mare; e, su le nere acque palpitanti, una via luminosa, che correva restringendosi fino a un punto nell’immenso arco dell’orizzonte. Si mise Gesù per quella via tracciata dal riflesso lunare, e io dietro a lui, come un barchetto nero tra i guizzi di luce su le acque gelide.

A un tratto, la luce interiore di Gesù si spense: traversavamo di nuovo le vie deserte d’una grande città. Egli adesso a quando a quando sostava a origliare alle porte delle case più umili, ove il Natale, non per sincera divozione, ma per manco di denari non dava pretesto a gozzoviglie.

– Non dormono… – mormorava Gesù, e sorprendendo alcune rauche parole d’odio e d’invidia pronunziate nell’interno, si stringeva in sé come per acuto spasimo, e mentre l’impronta delle unghie restavagli sul dorso delle pure mani intrecciate, gemeva: – Anche per costoro io son morto…

Andammo così, fermandoci di tanto in tanto, per un lungo tratto, finché Gesù innanzi a una chiesa, rivolto a me, ch’ero la sua ombra per terra, non mi disse:

– Alzati, e accoglimi in te. Voglio entrare in questa chiesa e vedere.

Era una chiesa magnifica, un’immensa basilica a tre navate, ricca di splendidi marmi e d’oro alla volta, piena d’una turba di fedeli intenti alla funzione, che si rappresentava su l’altar maggiore pomposamente parato, con gli officianti tra una nuvola d’incenso. Al caldo lume dei cento candelieri d’argento splendevano a ogni gesto le brusche d’oro delle pianete tra la spuma dei preziosi merletti del mensale.

– E per costoro – disse Gesù entro di me – sarei contento, se per la prima volta io nascessi veramente questa notte.

Uscimmo dalla chiesa, e Gesù, ritornato innanzi a me come prima posandomi una mano sul petto riprese:

– Cerco un’anima, in cui rivivere. Tu vedi ch’ìo son morto per questo mondo, che pure ha il coraggio di festeggiare ancora la notte della mia nascita. Non sarebbe forse troppo angusta per me l’anima tua, se non fosse ingombra di tante cose, che dovresti buttar via. Otterresti da me cento volte quel che perderai, seguendomi e abbandonando quel che falsamente stimi necessario a te e ai tuoi: questa città, i tuoi sogni, i comodi con cui invano cerchi allettare il tuo stolto soffrire per il mondo… Cerco un’anima, in cui rivivere: potrebbe esser la tua come quella d’ogn’altro di buona volontà.

– La città, Gesù? – io risposi sgomento. – E la casa e i miei cari e i miei sogni?

– Otterresti da me cento volte quel che perderai – ripeté Egli levando la mano dal mio petto e guardandomi fisso con quegli occhi profondi e chiari.

– Ah! io non posso, Gesù… – feci, dopo un momento di perplessità, vergognoso e avvilito, lasciandomi cader le braccia sulla persona.

Come se la mano, di cui sentivo in principio del sogno l’impressione sul mio capo inchinato, m’avesse dato una forte spinta contro il duro legno del tavolino, mi destai in quella di balzo, stropicciandomi la fronte indolenzita. E qui, è qui, Gesù, il mio tormento! Qui, senza requie e senza posa, debbo da mane a sera rompermi la testa.

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Posted in poesie... on dicembre 5, 2017 by Adry

“L’occhio affamato divora la marina per un tozzo
di vela.

L’orizzonte la percorre all’infinito.

L’azione nutre la frenesia. Io giaccio,
veleggiando l’ombra nervata di una palma,
temendo il moltiplicarsi delle mie impronte.

Sabbia che vola, esile come fumo,

annoiata, sposta le sue dune.
La risacca si stanca dei suoi castelli come un bambino.

La verde vite salata con gialle bignonie,

una rete, attraversa lenta il nulla.
Nulla: la rabbia di cui è piena la testa del flebotomo.

Piaceri di un vecchio:

mattino: contemplativa evacuazione, rimirando
a foglia secca, progetto di natura.

Al sole, le feci del cane

s’incrostano, sbiancano come corallo.
Finiamo nella terra, dalla terra siamo cominciati.
Nelle nostre viscere, genesi.

Se ascolto posso udire il polipo al lavoro,
il silenzio infranto da due onde del mare.
Schiacciando un pidocchio marino, faccio schiantare il tuono.

Come un Dio, annullando la divinità, l’arte

e l’Io, abbandono
morte metafore: il cuore simile a foglia di mandorlo,

Il cervello maturo che marcisce come una noce gialla

covando
a sua babele di pidocchi marini, flebotomi e bruchi,

Quel vangelo della bottiglia verde, soffocato di sabbia,

con l’etichetta, una nave affondata,
serranti legni marini inchiodati e bianchi come la mano di un uomo.


(Derek Walcott)”

Posted in poesie... on novembre 5, 2017 by Adry

 

once-the-dawn-falls-down-upon-us:
“ Johnnyjrgalleryart
”

 

“Con il tempo si impara la sottile differenza
fra sostenere una mano e incatenare un’anima,
e si impara che l’amore non significa andare a letto,
e una compagnia non significa sicurezza
e uno comincia a imparare…
Che i baci non sono contratti
e i regali non sono promesse
e uno comincia ad accettare le sue sconfitte
a testa alta e con gli occhi aperti e uno impara
a costruire tutti i suoi cammini nell’oggi,
perché il terreno di domani è troppo insicuro per far piani..
e i futuri hanno la forma di cadere a metà.
E dopo col tempo, uno impara
che se è troppo anche il calore del sole brucia.
Così uno pianta il suo giardino e decora la sua anima,
al posto di aspettarsi che qualcuno porti fiori.
E uno impara che realmente può reggere che uno
è veramente forte, che uno realmente vale
e uno può imparare. E impara…e ogni giorno impara.
Con il tempo impara che stare con qualcuno
perché ti offre un buon futuro significa presto
o tardi voler ritornare al passato.
Con il tempo capisci che solo chi è capace di amarti
con i tuoi difetti, senza pretendere cambiarti,
può offrirti la felicità che desideri.
Con il tempo ti accorgi che, se stai a fianco
di questa persona solo per accompagnare la tua solitudine,
irrimediabilmente finirai per non volere più vederla.
Con il tempo intendi che i veri amici sono contati
e chi non lotta per loro, presto o tardi
sarà circondato da false amicizie.
Con il tempo impari che le parole dette
in un momento d’ira possono continuare
a dolere a chi feristi tutta la vita.
Con il tempo impari che discolpare lo fa,
però perdonare, è solo delle anime grandi.
Con il tempo capisci che anche se sei felice
con gli amici, un giorno piangerai
per quelli che lasciasti andare.
Con il tempo ti rendi conto che tutta
l’ esperienza vissuta con ogni persona è irripetibile.
Con il tempo ti rendi conto che colui che umilia
o disprezza un essere umano,
presto o tardi, soffrirà le stesse umiliazioni
o i disprezzi elevati al quadrato.
Con il tempo impari a costruire tutti i cammini sull’oggi,
perché il terreno di domani è troppo incerto per fare piani.
Con il tempo capisci che far pressione
sulle cose o forzarle a che succedano,
occasionerà che alla fine non siano come speravi.
Con il tempo ti rendi conto che in realtà
il meglio non era il futuro, ma il momento
che stavi vivendo proprio in questo istante.
Con il tempo vedrai che anche felice
con chi ti sta al fianco,
ti mancheranno terribilmente quelli
che ieri stavano con te e ora se ne sono andati.
Con il tempo imparerai che cercar di perdona re
o chiedere perdono, dire di amare, di desiderare,
di aver bisogno, dire di voler essere amico,
di fronte ad una tomba, non ha più senso.
Però, sfortunatamente, solo con il tempo…
fortunatamente o sfortunatamente solo con il tempo…
ma quanto tempo ancora ci divide?
quanto tempo ancora ci vorrà? e sarà davvero così?
voglio che sarà tutto così?


(Jorge Luis Borges)

Posted in poesie... on ottobre 22, 2017 by Adry

Un regalo graditissimo.

Una poesia bellissima scritta dall’amico e poeta Salvatore Maurici, e delle foto stupende scattate dallo stesso.  Leggetela non ve ne pentirete.. baci ❤

 

Pomeriggio di pioggia
Il mio sogno
Vola in alto
A sfiorare le nuvole
Nere di pioggia,
Veleggia adesso
Sospinto
Dal gelido vento
Che ottobre comanda
Confuso
Vive il risveglio
Nel grigiore pomeridiano
Ma cesserà questo vento
E la pioggia
Che placa l’arsura dei campi
Lui, confuso e nascosto
Aspetterà il temuto risveglio,
Nella paura di essere svelato
Ha seguito la luna
Amato nascondiglio
Tra foglie di ulivo argentato.

Salvatore Maurici

 

 

 

Posted in poesie... on ottobre 15, 2017 by Adry

Il mio uomo è uguale al Signore
il mio uomo è uguale agli dèi
se lui mi tocca
io mi sento una donna
e mi sento l’acqua che scorre
nei lecci della vita.

Il mio uomo è un purosangue che corre
mentre io cavallerizza da nulla
sto immobile a terra

il mio uomo è una chitarra felice
e io sono la sua canzone
ma lui non mi canta mai
perché?
Aspetto che la chitarra si rompa
per vivere…

Il mio uomo è un uomo crudele
il mio uomo è la mia preghiera
è uguale a Savonarola

ma il mio uomo tocca altri inguini ed altri capelli
è generoso con le fanciulle dorate
e lascia me povera
di vecchiezza e di vita a morire per lui.

Il mio uomo se si denuda
ha il petto villoso come le aquile
ma un rostro che ferisce a fondo
e punisce i pentimenti d’amore
allora io gli mostro le mie carni ferite
e maledico la sorte,

ma se il mio uomo sorride
io torno a fiorire e divento una bianca luna
che si specchia nel mare.

Alda Merini

 
 

Posted in poesie... on ottobre 14, 2017 by Adry

Io non ho paura

di quelle che il mondo

chiama “belle donne”.

Io ho paura delle altre.

Ho paura di quelle che escono

di casa con un filo di trucco,

di quelle che capisci subito

se hanno passato una nottata

in bianco dalle occhiaie

che si portano dietro.

Quelle che si legano i capelli

con una matita,

che si guardano allo specchio

e sorridono,

perché non hanno nemmeno

un capello al posto giusto.

Ho paura di loro,

che si fermano sui dettagli,

su particolari tuoi

che nemmeno tu stesso

pensavi di avere.

Quelle che sanno stare

accanto agli altri,

ma non sanno come stare

accanto a se stesse.

Quelle che sono sempre di corsa,

ma si fermano

ad ascoltare…uno sconosciuto,

un amico, un bambino.

Ho paura di loro,

quelle donne mai banali,

che parlano il doppio di te,

senza per questo

parlare del niente,

anzi ti fanno sorridere

rompendoti le scatole

ripetendoti le stesse cose.

Quelle che vorrebbero

avere una famiglia tutta loro

per prendersene cura,

anche se a volte

non sanno prendersi cura

nemmeno di loro stesse.

Ho paura di quelle donne,

che ad un “Sei bellissima”,

arrossiscono, s’imbarazzano

perché nessuno

glielo ha mai detto.

Temo quelle donne

che non appaiono,

non si vedono,

non si notano.

Paura, di quelle che

sorridono alla vita,

tutti i giorni,

nonostante abbiamo

migliaia di motivi

per non farlo,

di quelle

che ti ascoltano davvero.

Quelle che quando

gli altri parlano,

li guardano

come a dire

“Anche a me.

È successo anche a me”.

Di quelle che non sono

mai state scelte.

Ho paura di loro,

che ogni giorno

ti sussurreranno

“Credo di amarti”,

perché hanno paura

di non essere scelte.

Perché loro

non sono “belle donne” .

Quelle che amano farsi belle,

solo ogni tanto.

Solo per qualcuno.

Ho paura di quelle donne

che sanno piangere

anche in mezzo al caos

della folla,

loro piangono.

Temo quelle donne che credono

nell’Amore vero,

quelle che ci credono

anche quando gli altri

fuggono per colpa

dei troppi chilometri

o per paura.

Quelle che

per passare un’ora con te,

passerebbero

anche otto ore in treno.

Quelle che cercano di capire

perché non resti mai

e che a loro volta

non sanno restare.

Quelle donne

per cui vale la pena restare.

Una volta. Restare.

Mi fanno paura soprattutto,

quando,

senza dire una parola

ti scelgono, restano

e tu sei troppo distratto

per accorgertene.

Ho paura di loro perché,

di belle donne il mondo è pieno,

ma una donna del genere,

invece, se te la lasci scappare

non saprai mai

in quale parte

del mondo la ritroverai.

Se mai la ritroverai.

(Abdou Mbacke Diouf)

 

Posted in poesie... on settembre 3, 2017 by Adry

Mai, non saprete mai come m’illumina
L’ombra che mi si pone a lato, timida,
Quando non spero più.

Giuseppe Ungaretti

Maria-Magnolia 1 • IO E I MIEI SOGNI



Scompare a poco a poco, amore, il sole 
Ora che sopraggiunge lunga sera. 
  
Con uguale lentezza dello strazio 
Farsi lontana vidi la tua luce 
Per un non breve nostro separarci.
La tua luce (Ungaretti)